L’amante di mio marito di Jess Ryder, tra claustrofobia e sospetto.

Published on April 22, 2026 at 1:31 PM

Un gruppo di amiche, un tradimento, una verità sepolta. A una prima lettura, L’amante di mio marito di Jess Ryder può sembrare un thriller costruito su elementi ben riconoscibili. Eppure, andando oltre la superficie, il romanzo rivela chiavi di lettura più sottili e intriganti. Un’analisi più approfondita mette infatti in luce due temi portanti: la claustrofobia e il sospetto. Essi non solo sorreggono l’intero impianto narrativo, ma si alimentano reciprocamente con grande precisione.

La claustrofobia onnipresente

La claustrofobia è uno degli elementi più forti del romanzo e si sviluppa su più livelli, che finiscono per sovrapporsi progressivamente.

Lo spazio

Il Condie’s Retreat, il cottage isolato nelle Highlands scozzesi, è concepito come una perfetta trappola narrativa: niente elettricità, nessun segnale, raggiungibile soltanto a piedi. Ryder sfrutta fino in fondo questo isolamento geografico e lo amplifica, accrescendo nel lettore una costante sensazione di soffocamento. Paradossalmente, trasforma perfino gli spazi aperti, che idealmente dovrebbero evocare libertà come la spiaggia o il lago, in luoghi attraversati dall’angoscia. Nel corso del romanzo, ogni possibile via di fuga viene progressivamente eliminata.

Il gruppo

Le sei donne sono insieme per scelta, ma nel momento in cui Sophie riceve la telefonata di Ryan il gruppo si trasforma in una gabbia. Da quell’istante, ogni scena conviviale assume il tono di un interrogatorio silenzioso. La protagonista non può allontanarsi, non può confrontarsi apertamente, non può fidarsi di nessuna e, soprattutto, non può lasciar trapelare ciò che sa. In questa prospettiva, l’immagine ricorrente e quasi rituale delle nuotatrici che formano un cerchio nell’acqua acquista una funzione ambivalente: suggerisce insieme protezione e reclusione.

A rendere ancora più soffocante l’atmosfera contribuisce il fatto che, nel romanzo, nessuno sia del tutto leggibile: ogni personaggio nasconde un segreto, il proprio passato o perfino la sua identità, e questo aumenta esponenzialmente il senso di claustrofobia costruito dalla Ryder.

La mente

Si tratta probabilmente del livello più sottile, ma è anche uno dei più importanti. Ryder lo introduce fin dalle prime pagine: Sophie è perseguitata da una voce interiore che non le dà tregua, al lavoro, a casa, ovunque tranne che in acqua. Il nuoto è l’unico momento in cui quella voce tace. Questo espediente narrativo rafforza l’idea di una claustrofobia psicologica che precede ogni altra forma di costrizione e che l’ambientazione scozzese non fa che spingere all’estremo.

Il sospetto

Se la claustrofobia definisce l’atmosfera del romanzo, il sospetto ne è il vero motore narrativo. Ryder, però, lo costruisce in modo più sofisticato di quanto possa sembrare, rendendolo bidirezionale.

Sophie sospetta delle compagne. Dopo la telefonata che innesca la vicenda, ogni gesto e ogni parola delle altre donne vengono filtrati attraverso una percezione deformata dalla paura. A questo proposito, c’è una scena particolarmente emblematica: mentre guida, Sophie osserva le compagne nello specchietto retrovisore e rischia di provocare un incidente. Qui il sospetto diventa letteralmente pericoloso: non è soltanto uno stato mentale, ma una forza che produce conseguenze fisiche immediate.

Ma il sospetto si muove anche nella direzione opposta. La Nuotatrice sospetta di Sophie e la osserva con altrettanta attenzione, nel tentativo di capire quanto sappia davvero. I capitoli narrati in prima persona dal suo punto di vista sono costruiti su una continua interpretazione del comportamento altrui. Il sospetto, così, si fa speculare: due donne che si studiano, si temono e si sorvegliano, senza che l’una abbia mai piena coscienza dello sguardo dell’altra.

Esiste poi un terzo livello, ancora più interessante: il sospetto come distorsione della realtà. Sophie raccoglie indizi, li collega, costruisce ipotesi, ma finisce per indirizzare male le proprie conclusioni. Quella che, per ragioni che sembrano del tutto plausibili, appare come la principale indiziata si rivela infatti una pista falsa. Ryder usa questo meccanismo con piena consapevolezza, mostrando come il sospetto, una volta attivato, tenda a produrre da sé le proprie prove.

Una spirale narrativa

L’aspetto forse più interessante del romanzo è proprio il modo in cui claustrofobia e sospetto si sostengono e si intensificano a vicenda. La claustrofobia genera il sospetto che, a sua volta, esaspera il senso di claustrofobia. Più Sophie è convinta che il pericolo sia vicino, più lo spazio intorno a lei si restringe; più lo spazio si restringe, più la sua mente si rivela incapace di distinguere con lucidità tra intuizione e paura. Non può verificare, non può ragionare con distacco, non può sottrarsi alle proprie ossessioni.

Una possibile chiave di lettura del romanzo sta allora proprio qui: nell’osservare che cosa accade quando lo spazio, esteriore e interiore, si contrae fino al punto da lasciare al sospetto il monopolio dell’interpretazione del reale.

Ryder costruisce questa spirale con notevole precisione tecnica. L’acqua è la dimensione in cui entrambi i temi trovano una forma di risoluzione, nel bene e nel male. È l’unico spazio in cui Sophie riesce davvero a respirare, ma è anche il luogo in cui la storia arriva alla resa dei conti. Proprio per questo l’acqua resta l’elemento più ambiguo del romanzo: non si lascia fissare in un solo significato e meriterebbe, da sola, un’analisi a parte.

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